Da La Repubblica del 29 giugno 2001 (rassegna stampa)

Rassegna Stampa

Da La Repubblica del 29 giugno 2001, pag. 14

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Microsoft, concessa la "grazia", lo smembramento è annullato

VITTORIO ZUCCONI

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Washington – Spietata con i piccoli e misericordiosa coi grandi, la giustizia americana ha salvato la vita a Microsoft.

L’ha graziata fermando lo stantuffo della siringa anti monopolio a un passo dall’esecuzione.

I sette giudici della Corte d’Appello hanno riconosciuto che la Microsoft è un monopolio ma hanno annullato la pena, la sentenza capitale che il giudice di primo grado Jackson le aveva inflitto quando ne aveva ordinato lo smembramento, un anno fa, e il dossier è stato rimandato a un altro giudice per essere riesaminato.

Ma intanto è cambiato il vento politico a Washington: la nuova amministrazione repubblicana e "pro business" di Bush non ha alcuna intenzione di continuare la crociata contro lo zar del software, Bill Gates.

«Vedremo che cosa fare», ha risposto un po’ imbarazzato il ministro della Giustizia Ashcroft. «La minaccia dello smembramento si è dissolta», ha sospirato di sollievo Bill Gates.

Aveva dunque fatto bene i suoi conti, Gates, quando aveva puntato non sulla legge o sulla magistratura, ma sulla politica e aveva scommesso su Bush, facendo capire la sua preferenza per lui nel duello contro Gore e i clintoniani.

La "grazia" che i sette giudici gli hanno concesso all’unanimità è infatti stupefacente nella forma ("quasi inaudita" è la definizione del commentatore legale di Cnn, il professor Roger Cossack) ma assai meno imprevista nella sostanza. L’annullamento della sentenza di morte, l’ordine di revisione del processo, il rinvio a un livello inferiore dell’ordinamento giuridico perché un giudice diverso da quello originale riesamini il caso, sono state motivati con un argomentazione rarissimamente usata nelle aule di tribunali americani, la "parzialità" del giudice Jackson.

Il suo atteggiamento, il tono delle sue domande hanno dato l’impressione che il magistrato avesse un pregiudizio ostile, che lui "ce l’avesse con Microsoft", che la sua fosse una sorta di "vendetta personale" contro Microsoft, hanno detto i giudici d’appello.

Ma per non dare la sensazione di avere commesso anche loro l’errore opposto, e avere mostrato un pregiudizio favorevole e contrario, i sette della Corte d’Appello hanno adottato la classica e collaudata formula di Ponzio Pilato, hanno "vacated", annullato la sentenza e rispedito il pacco, senza però dare giudizi sulla natura del monopolio Microsoft e sulle sue "pratiche monopolistiche".

Non hanno detto, e gli sarebbe stato molto difficile dirlo dopo quattro anni di inchieste, montagne di testimonianze, documenti e comunicazioni interne alla corporation con inviti a stroncare con ogni mezzo la concorrenza, che l’impero delle "Windows" non è un monopolio o che non utilizza con prepotenza la sua posizione dominante.

Hanno detto soltanto che la condanna decisa da Jackson, la cura dell’affettatrice che avrebbe dovuto fare spezzatino dell’azienda separandola in varie parti come fu fatto contro la Standard Oil e più tardi contro la ATT telefonica, era inquinata dalla sua antipatia per Microsoft. Ergo, invalida.

In teoria, il nuovo malcapitato giudice al quale sarà consegnato il dossier – 70 mila pagine – potrebbe anche riconvalidare la pena capitale o indicare altri rimedi drastici.

Ma qui si apre il paracadute, scatta l’ingranaggio della politica che anche negli Stati Uniti, con tutte le promesse e la retorica di indipendenza della magistratura, sente e subisce vistosamente il vento del potere.

La controparte di Microsoft in questo biblico processo per violazione dello «Sherman Act», la legge anti monopolio, è il governo federale, è, in ultima istanza, la Casa Bianca.

Fu l’ufficio antitrust del ministero della Giustizia, sotto l’amministrazione Clinton, a lanciare, insieme con i procuratori di altri singoli stati americani, il procedimento contro Bill Gates, a sfidare il gigante quando Microsoft era la prima corporation del mondo, per valore complessivo del suo capitale circolante.

Ma Clinton e i suoi «antitrust warriors» come chiamavano a Washington, i suo crociati anti monopolio, non ci sono più.

Al loro posto, c’è George II Bush che dalle grandi corporations come Microsoft ha ricevuto la gran parte dei propri finanziamenti elettorali a capo di un partito repubblicano preoccupato per le prossime politiche del 2002 e bisognoso di nuove trafusioni di fondi.

C’è il suo ministro della Giustizia, Ashcroft, che sta cercando di chiudere con una transazione extra giudiziaria anche l’immenso contenzioso con le multinazionali del tabacco, che la presidenza Clinton aveva perseguito furiosamente.

In quell’ufficio antitrust del Ministero ci sono nuovi avvocati che non sono stati scelti perché guerrieri, ma piuttosto come sentinelle e non hanno alcun obbligo formale – negli Usa non esistono il dovere d’ufficio e l’obbligatorietà dell’indagine – di continuare la crociata con Gates.

E c’è in fondo alla strada quel giudice, ancora senza nome, che riceverà la camionata di carte sapendo che sopra la sua testa vigilia una corte d’appello che non ha soltanto respinto al mittente il caso, ma addirittura umiliato davanti alla nazione e alla comunità legale quel magistrato, Penfield Jackson, bacchettandolo per avere emesso una condanna troppo dura.

Se negli uffici e nei palazzi del potere, alla Casa Bianca o nella sezione antitrust del ministero, ci fossero ancora avvocati con il coltello tra i denti, decisi ad andare fino in fondo a nome del popolo americano e dei consumatori, forse la battaglia potrebbe ricominciare daccapo e, anche in caso di nuova sentenza più mite, riportare il caso alla Corte d’Appello e ancora, più in alto, alla Corte Suprema per decidere – come sarebbe necessario – se una legge come lo «Sherman Act» votata nel tempo delle ferrovie e del petrolio, possa essere ancora applicata, e come, ai giorni del software, della nuova economia e della proprietà intellettuale.

Ma non avverrà, perché già a Washington si sente dire che il nuovo giudice, avendo fiutato il vento e capito il messaggio, proporrà, come nel caso del tabacco, una soluzione diretta tra le parti, una transazione amichevole, senza siringhe né affettatrici.

Non c’è nessuno, in Parlamento o nell’amministrazione, che abbia voglia di affrontare, nel nome dei principi anti monopolistici, una nuova campagna da zero contro la Microsoft in questo clima politico ed economico, mentre la recessione incombe, la Borsa si affloscia e il Nasdaq, che dal mondo dei computer dipende, agonizza da un anno.

Quando fu organizzata la crociata anti Gates, il vento era alle spalle delle navi crociate.

L’opinione pubblica era infastidita dalle immense e troppo facili ricchezze accumulate dagli speculatori della New Economy, aveva voglia di un sacrificio esemplare, e nessuno poteva essere più esemplare di Bill Gates, mai un campione di simpatia popolare.

Oggi i cittadini, i risparmiatori, gli investitori non hanno più invidia, hanno paura. Più del 60% degli interrogati nei sondaggi si dicono contrari allo smembramento per il timore che una Microsoft indebolita aggravi il disagio dell’economia e dia il colpo di grazia al mondo della «high tech».

E la combinazione tra la inquietudine generale, la destra pro business al potere e la catastrofe della bolla speculativa hanno invertito il vento spingendolo nelle vele di Gates.

Può aprire le sue «windows», le sue finestre, il formidabile «gnomo del software» che ha imposto al mondo dei computer i suoi sistemi operativi e i suoi programmi, perché il vento gli è favorevole.

Sopra tutte le corti, di primo grado o di appello, veglia la Corte Suprema degli Stati Uniti, quella stessa che collocò d’ufficio, con cinque voti contro quattro, Bush nello Studio Ovale.

La forza, come si dice in quei film di Star Wars che Gates ama tanto, è ormai con lui.

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