Captcha Archives - Giurdanella.it https://www.giurdanella.it/tag/captcha/ Rivista di diritto amministrativo dal 1998 Sun, 21 Sep 2025 05:38:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 Firma digitale contro Intelligenza Artificiale https://www.giurdanella.it/2025/07/firma-digitale-contro-intelligenza-artificiale/ Mon, 07 Jul 2025 16:27:40 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=58354 Rappresentano due visioni contrapposte delle tecnologie informatiche

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Che cos’è e come funziona la firma digitale? Perché è così importante? Perché internet non potrebbe fare a meno della tecnologia che sta alla base della firma digitale?

Ecco, scrivere di firma digitale è un modo come un altro di raccontare l’informatica formale, logica, trasparente, riproducibile, calcolabile, alla portata di tutti.

Ma iniziamo pure.

(1) La firma digitale viene generata grazie ad una coppia di chiavi digitali asimmetriche attribuite in maniera univoca ad un soggetto, detto titolare:

  • la chiave privata è conosciuta solo dal titolare ed è usata per generare la firma digitale da apporre al documento;
  • la chiave da rendere pubblica è usata per verificare l’autenticità della firma.

Questo metodo è conosciuto come crittografia a doppia chiave e garantisce la piena sicurezza visto che la chiave pubblica non può essere utilizzata per ricostruire la chiave privata.

Questa descrizione, tratta dal sito dell’AGID – Agenzia per l’Italia digitale, tecnicamente non fa una piega, è corretta. Ma, a parte chi è della materia, qualcuno/a di voi ha capito che significa?

Le chiavi, privata e pubblica (useremo nelle nostre prove chiavi di piccola dimensione), possono, ad esempio, essere queste:

-----BEGIN RSA PRIVATE KEY-----
MIIBOwIBAAJBAJbHTITzx5yKWytPyJG0s+bpu0mApzmFTEZC3mo2ul0w+o7rG/qA
3j99n1c5cDJmd18NGoRqoW1dTyaZONPN+xECAwEAAQJAeB/eScpCzOe5zN7qh5M1
BRJQITY7hGs7onqh4nMptRYYaQIayGyPMdnhO6iZq1BgAbQY5yAAl2pCfJAD7cNK
dQIhAMX6G06DIoTIyVa4DLMFSFYrdZpvmFJ2LFkMCzFHY2nPAiEAwvf3o/R3fS4T
aUDi2CcmiWjMb1nqO0csrTY4TZqC5R8CIQCZGW4ujBiQqRmSd2hStN4YzSj4Eh6w
fnSTNE4fgL5vXwIgVzFIKaXB7lS1z6N6D4rqvBcHHmFK1HnPLCOMaIBKO6cCIQCs
+ZfXbQffLC7GI0Ivv7rA+xofHDay5kLcgzJIzKzb0A==
-----END RSA PRIVATE KEY-----

-----BEGIN PUBLIC KEY-----
MFwwDQYJKoZIhvcNAQEBBQADSwAwSAJBAPLF6gD+P6DDsgQCYxApd843JNblUXTC
f0dSzwNFlc/ev8wuQdd+9O7yUhNZInaIpUtWMEE+IafLUNBvEI51vmsCAwEAAQ==
-----END PUBLIC KEY-----

Chiaro no? Oppure è buio totale?
Facciamo allora un esperimento, proviamo a “convertire” tali “geroglifici” in parole.
Invece di un dizionario BASE64 (nome tecnico della codifica) useremo un dizionario italiano.
La chiave privata, tradotta in lemmi italiani, sarà a questo punto:

casuario abrostine accidioso abacari costei morettino dipetto tosta nobelio falciuola docciare messaggio pongo suffuso detenuta panni liefa davanzi soffocare cicindela fedare unitario sventato unio sodamente ipocromia ergotina grecale fumaiuolo ficcare bagarozzo gergale giusarma ditenere naca scossato urinifero accignere ablato ablatorio corsi biaccone devonico criogenia stranirsi samoano surto millesimo afato dolentare cianciata letto colonnese inoliare spetta caiaco astorini gasarsi baillamme giovevole cazzuto spalata parlanza pelosuzza filopiuma poplite stordo abbuccari genovina invagarsi adenoide rifallare immersi bindanaio riposi ballotta leccone lezzo rosatello progedito polipnea dentame caminata necamento munerare improperi essedo amenduni deflorato gemale accoccato abete tsarina ossido incoiarsi caraibico gattonare spigolata bucero luppolino salnitro ettometro collato cantaride ciancetta disdissi lazzezza benvisto bindanaio muto gocciato manaiuola meningeo azimo inciucio eccelso sobrioso sannita tuberosa ben irrumare millennio dismodato lamblia grale accoccare ergastolo demonico pagliccio tegolo preavviso ortottico apistico svaccare attiguo beilicato dido ingioiare candido manga lacrosse colorante accoccato abdussi uguale serico albero candore ripulsare crenato regole resumere baccino barbicato polifagia cripto ledire derivata perito scalmana

Insomma, una lunghissima password … E la chiave pubblica? Eccola:

castagna casilini agareno caliente depingere trisecare ablatore ablegato abachiera difalcare cassia accorato abituarsi ripolpare ablasmare core rifulsi adersi forbirsi caffeino saturno bozzino stappato imbroso istesso ecdisone acta mondatoio solazione salerno crampo isonne tendare duglia essudare inambu pacciame eparchia cotidiana bisacuto saccardo scapolone appuntito impietoso ghebbio acquatico abaca

(2) Continua il nostro viaggio nel mondo della firma digitale e vediamo ora come applicare queste chiavi per firmare digitalmente un semplice testo e anche per cifrarlo.

Codice fiscale, partita IVA, codice IBAN, codice a barre … cos’hanno in comune questi e tanti altri codici simili? Oltre ad essere codici univoci che identificano un soggetto fiscale, un’attività, un conto corrente bancario, un prodotto, ecc. c’è un aspetto che li unisce. Sono formati da una serie di numeri e lettere; alcuni dei quali hanno la funzione di controllare che il codice sia corretto. Questi numeri e/o lettere vengono chiamati: check-digit (o cifra/e di controllo). Per calcolarli si usano dei semplici algoritmi, ad esempio la formula di Luhn (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Formula_di_Luhn ). Quindi, ad esempio, la partita IVA è un numero di 11 cifre, delle quali le prime sette identificano il numero di matricola del soggetto assegnato dal relativo ufficio provinciale, le cifre dall’ottava alla decima indicano il codice dell’ufficio provinciale del fisco che ha rilasciato la matricola, e l’ultima, la undicesima, è la cifra di controllo. Per controllarne l’esattenza formale di una partita IVA è sufficiente applicare la formula di Luhn alle prime 10 cifre e confrontare il risultato con l’ultima cifra.

Cosa c’entra questa premessa con la firma digitale?
C’entra perché una procedura simile è quella che avviene nel momento in cui firmiamo digitalmente un testo.

L’operazione alla base dell’applicazione della firma digitale è detta hashing, un termine informatico intraducibile in italiano, perché sarebbe: tritare, sminuzzare …, e il risultato di questa operazione: “tritato” o “digerito” (digest). Il messaggio comunque è chiaro, da un testo corposo, anche di migliaia di pagine, serve “calcolarne” un estratto, pressoché univoco, di pochi caratteri. Perché dico “pressoché”? Perché in teoria due “digest” uguali possono esistere, ma la probabilità è di una su miliardi di miliardi (con “miliardi” ripetuto almeno otto volte).

In sostanza, così come la partita IVA ha la sua “singola” cifra di controllo, anche un testo scritto ha la sua “parola di controllo”. Parola che, negli anni, si è allungata sempre più, per evitare quella che in gergo tecnico viene chiamata “collisione”, ovvero due digest identici, che grazie alla sempre maggiore potenza dei calcolatori, possa inficiare la sicurezza della procedura firma.

Si è passati da una “parola” di 16 caratteri prodotta dall’algoritmo MD5 ad una di 32 caratteri prodotta dall’algoritmo SHA256 (256 elevato a 32 fa un numero di 77 cifre, a paragone il numero di stelle è stimato in 1 seguito da 22 a 24 zeri).

A questo punto abbiamo il nostro “digest”, la nostra impronta digitale del testo. E’ esattamente questo pezzettino che verrà firmato digitalmente.

Facciamo adesso qualche prova per vedere nei fatti cosa succede. Usiamo, così come nella scorsa lezione, parole al posto di cifre e di caratteri non intellegibili.

Prendiamo l’incipit dei Promessi Sposi:

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte”.

Se Alessandro Manzoni avesse voluto firmare digitalmente solo questa frase, con i mezzi attuali, il “digest” (in SHA1 esadecimale) sarebbe stato questo: 32385c93d36e6f998f204a66ba916f9cad28076a e in parole: colf, forre, sguitti, indizio, nasica, editui, rifiuto, indolci, proludo, alammo.

Ipotizziamo un plagiatore che, venuto in possesso del testo, ne avesse omesso l’ultima virgola e lo avesse a sua volta firmato digitalmente.
“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra e un’ampia costiera dall’altra parte”.
In questo caso il risultato dell’operazione di hashing sarebbe stato questo: 076dcc66f9cf1c3c1f962e89911c85982b254425 e, in parole: alane, scrurivi, vaiuola, bifolco, boriero, cimanti, niellai, melliti, cederai, disperi.

Come vedete, una semplice virgola in meno ha generato due liste di parole completamente differenti. Essendo, peraltro, un’operazione unidirezionale, da esse è impossibile risalire al testo che le ha generate.

Bene, ora abbiamo tutti gli elementi per firmare digitalmente un testo (o qualsiasi altro file), ovvero la coppia di chiavi, privata e pubblica e l’impronta (o digest o hash) del documento.

(3) Concludiamo questa breve narrazione sul mondo della firma digitale e torniamo al nostro Alessandro Manzoni del Duemila alle prese con l’apposizione del suo sigillo sull’incipit dei Promessi Sposi:

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte”.

Trasformata questa frase in numeri e applicate alcune formule matematiche ne viene fuori il “digest” 32385c93d36e6f998f204a66ba916f9cad28076a ovvero una serie di numeri e lettere che identificano il testo che si vuole firmare digitalmente. Come abbiamo visto la scorsa volta, anche la più piccola variazione al testo originario produrrebbe una stringa completamente diversa.

Tale stringa, per comodità di lettura, possiamo “tradurla” in una frase formata dalle parole: colf forre sguitti indizio nasica editui rifiuto indolci proludo alammo.
Bene, adesso abbiamo tutto quello che ci serve per procedere all’apposizione della firma digitale. La coppia di chiavi, privata e pubblica, e il “digest”.

A questo punto occorre aprire una parentesi.

La crittografia ha una storia millenaria, dal “cifrario di Cesare” (un banale metodo usato da Giulio Cesare per cifrare i messaggi), ai crittografi rinascimentali come Leon Battista Alberti, fino a Arthur Scherbius, inventore della macchina Enigma, forse la macchina crittografica più famosa della storia ( https://it.wikipedia.org/wiki/Enigma_(crittografia) ) e, quindi, Alan Turing che ha contribuito a decrittarne i codici. Parlare dettagliatamente di crittografia ci porterebbe via troppo tempo ma fortunatamente in rete c’è tantissimo materiale, a cominciare degli articoli di uno dei maggiori crittografi italiani, Corrado Giustozzi ( http://www.nightgaunt.org/testi/tangram/tangram.htm ).

Ai nostri fini ci serve sapere che fino agli anni Settanta del Novecento la crittografia era esclusivamente a chiave segreta singola. Questo significa che sia il mittente che il destinatario del messaggio cifrato dovevano conoscere la stessa chiave. Il problema nasceva quando si doveva comunicare la chiave a soggetti distanti. A volte era necessario incaricare corrieri il cui compito era quello di trasportare foglietti con scritta la chiave segreta, magari dentro una valigetta ammanettata ai polsi.

Ciò che ha permesso di rivoluzionare il mondo della crittografia è stata la geniale invenzione del metodo della crittografia asimmetrica o a chiave pubblica ( https://it.wikipedia.org/wiki/Crittografia_asimmetrica ). Con questo sistema la chiave privata rimane esclusivamente in mano al mittente (ad esempio dentro una smart-card da dove è impossibile estrarla) e la chiave pubblica può benissimo essere diffusa.

Oggi, tutto quello che è e-(qualcosa), dall’e-banking all’e-commerce non potrebbe esistere senza la crittografia asimmetrica.

Nella procedura di firma, il firmatario usa la chiave privata per cifrare il “digest”. Il “digest” cifrato viene aggiunto, assieme alla chiave pubblica, al testo e quindi registrato e/o inviato al destinatario. Il destinatario o chiunque volesse verificarne la firma, dovrebbe procedere all’operazione inversa, ma stavolta non con la chiave privata di cui, ovviamente, non è a conoscenza ma con la chiave pubblica. Chiave privata e chiave pubblica sono strettamente connesse, ma dall’una non è possibile ricavarne l’altra.

Il programma informatico di verifica procede in questo modo. Prende il testo originario (viene detto “in chiaro”), ne calcola il “digest” come abbiamo visto nella seconda lezione, e lo confronta con il risultato della decifratura del “digest” cifrato dal firmatario. Se i due “digest” corrispondono vuol dire che il testo è stato firmato dal possessore della coppia di chiavi.

Con una coppia di chiavi è possibile anche cifrare un testo e renderlo leggibile solo al proprietario della chiave privata.

Vediamo come si fa.
Alice vuole inviare un messaggio segreto a Marco. Marco ha una coppia di chiavi e invia la chiave pubblica ad Alice. Non deve preoccuparsi di un’eventuale intercettazione perché la chiave pubblica può essere diffusa senza alcun rischio, non essendo possibile, da essa, ricavarne la chiave privata.
Alice cifra il testo con la chiave pubblica di Marco, in questo caso non serve effettuare l’operazione di “hashing”, perché è l’intero testo che deve essere cifrato.
Marco, venuto in possesso del testo cifrato, può a sua volta decifrarlo con l’utilizzo della chiave privata che solo lui possiede.

Bene abbiamo terminato queste brevi note sulla firma digitale, sorvolando sulle tante formule e procedure matematiche richieste ma l’obiettivo era quello di presentarvi un’altra informatica.

L’informatica formale, logica, trasparente, riproducibile, calcolabile, alla portata di tutti.

Esattamente l’opposto dell’informatica che va più di moda adesso, quella approssimativa, statistica, probabilistica, allucinata, incalcolabile, non riproducibile, oscura … e alla portata di pochi, che viene passata sotto il nome di intelligenza artificiale.

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La solitudine dell’IA https://www.giurdanella.it/2025/04/la-solitudine-dellia/ Fri, 04 Apr 2025 08:58:02 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=58385 E' vero che l'Intelligenza Artificiale è solo statistica applicata?

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La solitudine dei numeri primi è un romanzo di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega nel 2008.

Mattia e Alice, i protagonisti del romanzo, vengono indicati con due numeri 2760889966649 (per Mattia) e 2760889966651 (per Alice), due numeri primi gemelli, cioè separati da un unico numero pari che non permette loro d’incontrarsi, nonostante siano così vicini.

Che c’entrano i numeri primi con l’Intelligenza Artificiale? C’entrano perché è il modo più semplice per sgamarla.

Io: 17 è numero primo?
AI: Sì, 17 è un numero primo. Ha solo due divisori: 1 e se stesso (17). Quindi soddisfa la definizione di numero primo.

Io: 99991 è un numero primo?
AI: Sì, 99991 è un numero primo. Non ha divisori oltre a 1 e a se stesso, quindi soddisfa la definizione di numero primo.

Quindi? L’AI risponde correttamente?

Sì, ma solo perché centomila numeri, in statistica, sono nulla, è probabilissimo che tra le miliardi di frasi usate per l'”addestramento” ci siano anche queste centomila (è come quando, da bambini, ci dicevano fino a quanto sai contare?)

Ma proseguiamo …

Io: 102001 è un numero primo?
AI: No, 102001 non è un numero primo. Può essere scritto come 101 elevato alla seconda (cioè 101×101). Pertanto, ha divisori oltre a 1 e a se stesso.

Come? Come!

Non solo la risposta è sbagliata, 102001 è un numero primo. Ma l’errore non è di poco conto, 101×101 fa 10201 e non 102001 … C’è “solo” uno zero in mezzo di differenza.

Ah, se l’avessero previsto i matematici indiani e arabi, magari a quest’ora avremmo ancora i numeri romani.

Battuta a parte, questa semplice domanda ci fa capire, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’AI è solo “statistica applicata“.

E scambiare 10201 per 102001 è un errore che può anche farci sorridere ma se immaginiamo l’utilizzo dell’AI in campi un po’ più “seri”, allora è da rabbrividire, immaginando le conseguenze a cui può portare.

Ma, in fondo, che fosse statistica lo si sapeva già da almeno un secolo [leggi pure Imparare al tempo dell’Intelligenza Artificiale, n.d.r.].

Harry Nyquist, pioniere della teoria dell’informazione nel 1924 scriveva che con il termine intelligenza ci si deve riferire alla componente statisticamente determinata e decifrabile di un segnale aleatorio, la cui trasmissibilità (senza perdita di intelligenza ovvero di dati) da un dispositivo trasmittente ad uno ricevente dipende dal grado di risoluzione dell’incertezza.

Quindi niente a che vedere con l’intelligenza umana, ma solo il fatto di avere scelto questo termine intrigante per qualificare la trasmissione di un segnale, è bastato perché la provocazione venisse raccolta, qualche decennio più tardi, da un matematico ed esperto di IT del secondo dopoguerra, John McCarthy, che lo ha trasformato nell’icona del XXI secolo.

Con questo articolo mi prenderò una pausa sull’argomento Intelligenza Artificiale. Spero di aver contribuito con la mia “critica” al dibattito.

Nei prossimi interventi scriverò di altro, pur rimanendo, ovviamente, nel campo del digitale e dell’informatica.

C’è bisogno di tornare a parlare di logica formale, di programmazione algoritmica, quella sì, spiegabile, calcolabile, controllabile, utile …

A presto.

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Imparare al tempo dell’Intelligenza Artificiale https://www.giurdanella.it/2025/03/imparare-al-tempo-dellintelligenza-artificiale/ Tue, 18 Mar 2025 09:13:06 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=58259 Una macchina non impara, una macchina calcola

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Mai come in questi ultimi anni abbiamo così tante volte letto il termine imparare, ma, a differenza del passato, stavolta pare non interessare che siano gli essere umani ad imparare, ma che lo siano le macchine. Per chi “mastica l’inglese” (come cantava Luca Barbarossa in Yuppies), l’e-learning è sempre presente quando si parla di AI.

Ma davvero un pezzo di silicio può imparare? Qualche transumanista arriva a dire che, se può farlo un pezzo fatto di carbonio, acqua e altri minerali, qual è l’essere umano, perché non un pezzo di silicio e altri materiali “rari”?

La risposta è no, una macchina non impara, una macchina calcola, è l’unica cosa che può fare, e il tipo di calcolo che fa non è nemmeno calcolo complesso ma semplice calcolo combinatorio.

Facciamo un esempio.
Tre giri in senso antiorario e proseguire fino al numero 25, due giri in senso orario e proseguire fino al 35 e un giro a sinistra e proseguire fino al numero 60.
Avete capito benissimo che si tratta di una cassaforte con serratura a combinazione, se ogni numero arriva massimo a 100, le combinazioni totali saranno 100x100x100 = 1000000 (un milione).
Un eventuale ladro, anche impiegando 10 secondi ad ogni combinazione, e “lavorando” giorno e notte senza un attimo di riposo, impiegherebbe quattro mesi a provarle tutte.
Un automa, progettato ad hoc per scassinare le combinazioni, potrebbe farlo in un giorno, semplicemente e meccanicamente scorrendo tutte le combinazioni ad un decimo di secondo ognuna.

L’automa è intelligente? No. Ha imparato a scassinare le casseforti? No.

Anche le password, la gran seccatura di formarle componendo caratteri speciali, numeri, minuscole, maiuscole, che ci propinano ormai da anni banche, servizi di ecommerce e quasi tutti i siti web, è frutto di calcolo combinatorio.
Una volta era sufficiente una password di 8 caratteri scelti tra le 26 lettere maiuscole o minuscole indifferentemente e le 10 cifre, ovvero 36 elevato a 8 = 2.821.109.907.456. Evidentemente si riteneva che quasi tremila miliardi di combinazioni mettessero al sicuro l’accesso. Tanto più che dopo pochi tentativi errati, il sistema ne avrebbe bloccato l’accesso. Oggi le combinazioni necessarie per “motivi di sicurezza” (dicono gli esperti) sono molte di più. Sarà, ma se già dopo un paio di password sbagliate inseriscono la tua utenza in una black list, per farla uscire dalla quale devi perdere mezza giornata a telefonare a call center automatici, che senso ha?

Le crittovalute? Una lotteria, una competizione tra macchine. Si sceglie un numero di molte cifre e le macchine devono arrivare a quel numero tramite un particolare calcolo. La prima che ci arriva vince un bitcoin (sto semplificando). Cosa serve per vincere e, quindi, per produrre denaro? Macchine potenti ed energia a buon mercato.

Intelligenza artificiale? Stessa cosa. Combinazioni di parole. Miliardi e miliardi di combinazioni, di parole e frasi intrecciate. Cosa serve per dare l’impressione di “imparare” e, a quel punto, di insegnare, di suggerire, di oracolare? Macchine potenti ed energia a buon mercato.

No, perché, credevate che il tanto, rinnovato e agognato interesse per l’energia nucleare fosse per il bene dell’umanità?

Chiudo con un “messaggio in bottiglia”, per i posteri, che un amico informatico, Giacomo Tesio, ha lasciato in una mailing list (Nexa) che merita di essere seguita:

“L’archivio Nexa sarà veramente prezioso in futuro: spero che ne esistano molte copie, archiviate con sistemi ad alta affidabilità.
Un giorno, storici, psicologi e sociologi studieranno questi scambi.
Ci si chiederà come sia potuto accadere che tante persone intelligenti e colte attribuiscano “apprendimento”, “intelligenza” e persino “capacità linguistiche” ad un grosso archivio compresso.
Chissà quali bizzarre ipotesi faranno questi studiosi del futuro.
Ricondurranno questi scambi ad allucinazioni di massa?
Alla superficialità di intellettuali decadenti?
A “echo chamber” personalizzate dai BigTech?
Ad alienazione cibernetica?
A servitù volontaria?

Alcuni parleranno di “secoli bui”, tracciando analogie col medioevo. Analogie che ci indignerebbero, ed indignerebbero ancor di più molti intellettuali medioevali.”

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Cosa aspettarci dal futuro digitale https://www.giurdanella.it/2024/12/cosa-aspettarci-dal-futuro-digitale/ Mon, 30 Dec 2024 13:12:14 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57648 Continuerà la disputa tra favorevoli e contrari all’intelligenza artificiale, con, a grande linee, il mondo scientifico/tecnologico/industriale a favore, quello umanistico/artistico/religioso contrario, e il mondo del diritto in mezzo

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Fa più rumore un albero che cade di un’intera foresta che cresce. E’ una frase attribuita a Lao Tzu VI filosofo cinese del VI secolo a.C.
Nell’innovazione tecnologica questo non accade.
Un prodotto digitale che nasce viene strombazzato all’istante in tutto il mondo, discusso, elogiato, criticato (poco), l’importante è che se ne parli.
Deve immediatamente produrre schiere di entusiasti e detrattori, apocalittici ed integrati.
Un prodotto digitale che muore, invece, deve essere taciuto.
La sua dipartita verso il cimitero delle cose inutili è notizia da lasciare solo agli addetti del settore.

Esempio da manuale, i Google Glass, presentati nel 2015, negli anni successivi non hanno molto successo, sette anni dopo, nel 2022, Amit Sood ancora sosteneva: “erano davvero molto avanti, ora stiamo iniziando a vedere innovazione che riguarda un po’ tutti i sensi e non si sa mai, magari la stessa tecnologia potrebbe tornare in una forma diversa. Perché penso che l’idea sia ancora molto potente”. E’ bastato questo a far scrivere che “i Google Glass sono tornati, a quanto pare. Perché i tempi, e le tecnologie, evidentemente sono maturi. Perché i consumatori che usavano wearable (negli Usa) erano 25 milioni nel 2014 e sono più di 67 milioni oggi [2022]: quasi il triplo. E perché le aziende sono a caccia di dispositivi sempre più innovativi, in grado di operare “in background”. È la tecnologia più potente: quella al servizio dell’uomo ma che non si vede.”
Diciamo che questo articolo di giornale non è che sia stato molto profetico, visto che appena un anno dopo Google ha messo definitivamente fine al progetto dei Google Glass.
Meta non è diversa da Alphabet, ha creduto così tanto nel Metaverso da cambiare persino il nome della società, da Facebook a Meta. Altro fallimento mostruoso.
Quanto a prodotti che, eufemisticamente, non hanno trovato il gusto del pubblico, non scherza nemmeno Microsoft.
Su questo sito si sono presi la briga di elencare tutti i servizi e i prodotti di Microsoft dismessi, accorpati e/o mai decollati.
Una persona di buon senso potrebbe meravigliarsi del fatto che queste aziende, dopo così tanti fallimenti, siano, non solo ancora in piedi, ma al vertice della piramide del capitalismo mondiale.
Il motivo è semplice. Sono letteralmente seduti su una montagna di soldi, di liquidità. Finché il loro “core business” tira si possono permettere di azzeccare solo un’idea su cento.
Prendiamo Meta, il 2023, dopo il 2021, è stato un altro anno da record (leggi qui), un risultato operativo di quasi 47 miliardi di dollari, su un fatturato di “appena” 135 miliardi. In pratica, non hanno costi, la voce “Spese del Personale” è addirittura a zero, tutto (compresi stipendi) confluisce nella voce “Ricerca e Sviluppo” (38 mld) e “Spese Amministrative” (24 mld).
Capite bene che con questa liquidità è possibile immettere sul mercato qualsiasi cosa, fare lobbying ovunque, pagare sanzioni a destra e a manca.
L’intelligenza artificiale potrebbe essere l’ultimo “gadget”, quello che, pur in perdita economica (perdita settoriale che, come abbiamo visto sopra, le BigTech si possono ampiamente permettere), sta riscuotendo maggiore successo. Non sappiamo quanto e se durerà. Non faccio previsioni perché è facile sbagliare, sia nell’uno che nell’altro senso. All’epoca avevo profetizzato la fine entro pochi anni, sia di “Second Life” che di Facebook, nel primo caso c’ho azzeccato, nel secondo no.

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?
Tante, tantissime applicazioni che utilizzeranno sistemi LLM (large language model), la maggior parte delle quali sarà ad uso interno di aziende medio/grandi ed enti pubblici. Questi soggetti hanno acquistato, da NVIDIA, talmente tante GPU che, per giustificarne il costo, qualcosa dovranno pur mettere in circolo. A dispetto di ciò che pensano i loro manager, dubito fortemente che l’aumento smisurato di software AI addicted si tradurrà automaticamente in un aumento di produttività e calo dei costi.
Dal lato pubblico non ci aspetta niente di diverso da quanto è avvenuto in questi ultimi due anni. Ovvero una “disputa” tra favorevoli e contrari al tema dell’intelligenza artificiale, diciamo, a grande linee, il mondo scientifico/tecnologico/industriale a favore, quello umanistico/artistico/religioso contrario, e il mondo del diritto in mezzo.
Alle BigTech, ovviamente, va bene anche che di AI se ne parli male, perché, come diceva Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male l’importante è che se ne parli“.

Buon anno!

 

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Testi generati dall’IA: come riconoscerli https://www.giurdanella.it/2024/11/testi-generati-dallia-come-riconoscerli/ Wed, 20 Nov 2024 12:25:11 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57445 Presso la National Gallery di Londra è custodita un’opera, un autoritratto, un dipinto autografo di Salvator Rosa, pittore del Seicento. Sulla tavola su cui poggia la mano destra dell’effigiato sta la scritta: “AVT TACE / AVT LOQVERE MELIORA / SILENTIO.” che, tradotto in italiano, recita “O taci, o di’ qualcosa che sia meglio del silenzio”. […]

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Presso la National Gallery di Londra è custodita un’opera, un autoritratto, un dipinto autografo di Salvator Rosa, pittore del Seicento. Sulla tavola su cui poggia la mano destra dell’effigiato sta la scritta: “AVT TACE / AVT LOQVERE MELIORA / SILENTIO.” che, tradotto in italiano, recita “O taci, o di’ qualcosa che sia meglio del silenzio”.

Nella contemporaneità, ovviamente, vale il contrario. Chi tace è uno sciocco. Vale per tutti un detto siciliano: “testa ca nun parra pare cuccuzza”. Se la testa non serve a formulare un pensiero da esprimere allora è come una cucuzza, ovvero una zucca vuota.

D’altro canto, e qui chiudiamo con motti e proverbi, “meglio tacere e dare l’impressione di essere stupidi, piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio!”, parole di Abramo Lincoln.

Già, parlare, o scrivere. Nei social, nelle chat, nelle occasioni conviviali, i pensieri originali sono rari. Il profluvio di parole, oggi, ha fondamentalmente tre scopi. Narrare di se stessi, disprezzare o venerare qualcun altro, cercare di convincere, di persuadere, gli altri.
Anche i commenti alle notizie sono sempre meno utili, in risposta alle segnalazioni di notizie ci si schiera, qui i nostri, di là i nemici.

Molta “bassa” retorica, ma la Retorica è un’arte, è l’arte della persuasione. Era una pratica fondamentale nel mondo greco, riflesso diretto delle vicende della vita politica e dell’importanza del discorso pubblico come principale strumento di espressione della democrazia.

E’ Aristotele che attribuisce per la prima volta alla retorica uno statuto teorico e dei principi propri, inserendola nella sua classificazione dei saperi, mostrandone la stretta connessione e, al tempo stesso, l’autonomia rispetto alla logica, l’etica e la politica.

Lo Stagirita le attribuisce la prerogativa di mettere in grado di pronunciare un discorso con metodo, ossia conoscendo la causa del suo essere persuasivo, il perché del verificarsi delle cose. Suddivide un discorso in parti, l’inventio, la dispositio, l’elocutio, l’actio.

L’inventio, trovare le prove, i mattoni attraverso i quali costruire il discorso. La principale preoccupazione di Aristotele, contrariamente a quanto accadrà qualche secolo dopo, è quella di costruire un ragionamento solido e convincente.

La dispositio, la cui funzione è quella di disporre in maniera efficace all’interno del discorso il materiale che proviene dall’inventio.

L’elocutio che ha il compito di “confezionare” le espressioni che vengono utilizzate. L’elocutio, nei secoli, ha acquisito un’importanza sempre maggiore, dovuta alla ricerca di espressioni più belle, accattivanti, raffinate. E’ responsabile dell’accezione negativa del termine, “discorso retorico” è un discorso di belle parole ma senza uno scopo, senza l’inventio, senza i mattoni.

Cicerone, a proposito dell’eloquenza, ne individua le virtù:

1) correttezza: cioè il rispetto della lingua, sia dal punto di vista grammaticale che lessicale;
2) chiarezza: cioè la necessità di costruire un discorso comprensibile;
3) l’ornatus: cioè la bellezza dell’espressione che proviene da vari mezzi e ornamenti.

Bene, fermiamoci qui, chi vuole approfondire l’affascinante mondo della retorica può farlo benissimo con i testi disponibili online.

L’ampia premessa ci serve per … sgamare i testi scritti da una intelligenza artificiale generativa.

Questi testi, come chiunque di voi si sarà accorto, sono, dal punto di vista grammaticale e lessicale, corretti. Sono anche chiari, lo sono sicuramente più di quelli di qualche anno fa e, a parte qualche allucinazione, sono indistinguibili da quelli scritti da un essere umano.

Quello che manca ai testi generati dall’A.I. è sicuramente l’ornatus, le figure retoriche. Tranne quelle che ricorrono statisticamente di più, la maggior parte delle figure retoriche è assente nei testi “artificiali”.

La metonimia, una parola o parte del discorso, che viene sostituita con un’altra che, però, mantiene un rapporto logico e naturale con esso. Esempi di metonimia: “avere le guance rigate di pianto”, ma in realtà sono rigate di lacrime, “arte dello scalpello” riferendosi alla scultura, “devo studiare Dante” intendendo la Divina Commedia, e così via.

La sineddoche, ovvero l’indicare la parte di un oggetto per il tutto. Ad esempio, utilizzare la parola “vela” al posto di barca a vela, o “il mio tetto” per indicare la mia casa.

La prosopopea (o personificazione) che consiste nel far parlare animali o cose rese animate, come avviene
nelle fiabe o nei cartoni.

L’iperbole, l’esagerare i termini per enfatizzare un aspetto particolare o sottolineare temi caricaturali, “ti amo da morire!”, “ti aspetto da una vita!”.

E poi la metafora, il trasferire il significato di una parola a un’altra, sulla base di un rapporto di somiglianza tra i due termini, ovvero confrontare un concetto reale con uno immaginario per esprimere un’idea in un modo più impressionante ed estetico, la vita è un ottovolante, una corsa ad ostacoli, la curiosità è una finestra sul mondo, e una serie infinite di altre espressioni simili.

Seppure diffuse, le figure retoriche sono statisticamente molto inferiori al discorso piatto che abbonda nel web.

Un altro segno che il testo proviene da un modello automatico è il riferimento al passato. Raramente un “language model” farà citazioni o esempi del passato. Potrà capitare, ma solamente con eventi notissimi, che ricorrono statisticamente in maniera diffusa. E’ pressocché improbabile, se non impossibile, ad esempio, che metta assieme, come in questo piccolissimo testo, Salvator Rosa, Abramo Lincoln, Aristotele, Gorgia e pure un proverbio siciliano.

A proposito di Gorgia, ancora non citato, scriveva nell’Encomio di Elena:
“La parola è un gran dominatore che, con un corpo piccolissimo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmare la paura, a eliminare il dolore e a suscitar la gioia e a ispirare la pietà.”

Non lasciamo il potere delle parole alle macchine e… a chi usa le parole, non per calmare ma aizzare, non per eliminare il dolore ma provocarlo, non per suscitare gioia e ispirare pietà ma odio, crudeltà, spietatezza, cinismo, insensibilità.

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Il tutto è falso, il falso è tutto https://www.giurdanella.it/2024/11/il-tutto-e-falso-il-falso-e-tutto/ Wed, 13 Nov 2024 09:57:48 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57412 I software di generazione di testi vengono abbondantemente usati per scrivere notizie. Se seguite regolarmente siti di sport e di finanza è molto probabile che stiate leggendo testi composti automaticamente e, nel migliore dei casi, “solo” revisionati da esseri umani. C’è poi un “giornalismo pink-slime”, ovvero siti concepiti per sembrare fornitori di notizie locali ma […]

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I software di generazione di testi vengono abbondantemente usati per scrivere notizie.
Se seguite regolarmente siti di sport e di finanza è molto probabile che stiate leggendo testi composti automaticamente e, nel migliore dei casi, “solo” revisionati da esseri umani.

C’è poi un “giornalismo pink-slime”, ovvero siti concepiti per sembrare fornitori di notizie locali ma che in realtà pubblicano pubblicità e fanno propaganda, elettorale e non.

Anche la maggioranza dei commenti alle notizie è falsa.

Qualche anno fa Max Weiss, un ricercatore di Harvard, ha usato un programma di generazione testi per creare mille commenti in risposta a un appello del governo degli Stati Uniti relativo al programma sanitario Medicaid. Ciascuno di tali commenti era diverso dall’altro, e sembrava frutto di persone reali che difendevano una posizione politica specifica. Hanno ingannato gli amministratori del sito Medicaid.gov, che li hanno ritenuti reali preoccupazioni di esseri umani in carne e ossa.

E all’epoca, nel 2019 (già, in questi tempi, un lustro è un’epoca), non c’era ancora stato il “boom” degli LLM. Figuriamoci oggi.
Insomma, buona parte di Internet e dei social in particolare è “frequentata” da bot, da sistemi automatici che simulano perfettamente utenti reali.

Ma se i bot sono così pericolosi, c’è un modo “tecnologico” per bloccarli?
No, le tecnologie di offuscamento sono sempre un passo avanti alle tecnologie di rilevamento. Le “persone artificiali” saranno progettate sempre più per agire esattamente come le persone reali.

In un mondo così, anche il confronto elettorale non è più tra programmi politici, ma tra tecnici. Informatici, psicologi, sociologi, esperti di comunicazione, dall’una e dall’altra parte che studiano per mesi i sistemi più efficaci per fare breccia sul pensiero delle persone al fine di distorcere la percezione che esse hanno dell’opinione pubblica e la loro fiducia nella discussione politica ragionata.

In questi anni non siamo riusciti a riconoscere i limiti del dibattito politico in rete. Personaggi politici che, una volta non supportati da un’organizzazione estremamente complessa di spin doctor, di esperti di una comunicazione ormai prevalentemente online, sono crollati a seguito di un banale dibattito televisivo.

Dobbiamo rassegnarci, come cantava Giorgio Gaber nel 2003, poco prima di lasciarci, al tutto è falso?

il falso è tutto quello che si sente
quello che si dice
il falso è un’illusione che ci piace
il falso è quello che credono tutti
è il racconto mascherato dei fatti
il falso è misterioso
e assai più oscuro
se è mescolato
insieme a un po’ di vero
il falso è un trucco
un trucco stupendo
per non farci capire
questo nostro mondo
questo strano mondo
questo assurdo mondo
in cui tutto è falso
il falso è tutto.

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L’informazione prossima ventura https://www.giurdanella.it/2024/10/linformazione-prossima-ventura/ Wed, 23 Oct 2024 09:43:51 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57311 “Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del […]

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“Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del guru Lanier: «I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. In realtà questa poltiglia di informazione amorfa rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.”

Queste sono le parole di Gianni Riotta del … 2010.
Quasi quindici anni dopo (l’articolo è apparso sul Sole 24 ore il 10/1/2010), possiamo benissimo togliere il “rischia”.

La poltiglia di informazione amorfa ha distrutto idee, dibattito e critica. Solo che la “colpa” non è da addebitarsi ai blog e siti anonimi, ormai quasi completamente estinti (l’ultimo grande blog, benché non anonimo, è stato quello di Beppe Grillo), ma una grande responsabilità ce l’hanno i social network. Facebook e Twitter c’erano già nel 2010, negli anni se n’è aggiunto qualcun altro.
Ma come può una piazza virtuale esserne responsabile? La tecnologia non dovrebbe essere neutra?

In quegli anni, gli “ingenui” come li definiva Riotta, credevano davvero che Internet, una rete aperta, senza censure, senza controlli, senza limitazioni di spazio e di tempo, avrebbe reso la democrazia finalmente matura, in tutto il mondo. E’ successo il contrario, perché?

La democrazia è indebolita dalle guerre, dagli attacchi terroristici, dai crolli economici, dalle epidemie … Dall’undici di settembre del 2001 in poi non c’è stato un periodo senza una di queste “crisi”.
Nei periodi di crisi, i componenti principali di una democrazia, lo stato di diritto, l’equilibrio dei poteri, la stampa libera, la partecipazione dei cittadini, passano in secondo piano. Le crisi richiedono sicurezza ed ordine.

I blog, i siti, pur nel loro caotico tentativo di fare informazione, erano liberi. L’autore della pagina partiva dalla pagina bianca, vuota. Poteva scrivere scemenze, certo, il più delle volte erano articoli inutili ma, scriveva Italo Calvino ne “Le città invisibili“: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Cercare e saper riconoscere cosa non è inferno informativo e dargli spazio. Con i blog e i siti personali/collettivi poteva accadere, accadeva. Con i social no. I social sono costruiti secondo uno schema completamente diverso e in questo schema la parte preponderante è il profitto (la seconda è la visibilità/propaganda ai fini politici).

Le “fonti” dei social sono sempre le stesse e sempre di meno, singole persone o piccoli gruppi che selezionano le notizie e li danno in pasto alla gente. Gli algoritmi, poi, fanno il resto, sofisticati e spregiudicati per catturare e tenere incollati, fino a rendere dipendenti, quasi drogati, gli utenti. C’è un problema di giornalismo? No, il buon giornalismo esiste, ma il pubblico è altrove. Non lo vede. Non sa nemmeno dove andare a cercarlo.

Il consumo di notizie avviene all’interno di un caos informativo. In questo marasma, l’informazione diventa indistinguibile da tutto il resto – video di gatti, pubblicità, aggiornamenti dagli amici, ancora pubblicità.
Non ci sono demarcazioni. Tutto fa parte di un minestrone di contenuti.
I giovani entrano nel mondo reale, votano e partecipano alla vita civile, senza alcuna comprensione di ciò che accade intorno a loro, e senza nemmeno le abitudini e gli strumenti per iniziare a farlo se volessero.

Ai tempi della rivoluzione internet, racconta Jaron Lanier, “io e i miei collaboratori venivamo sempre irrisi, perché prevedevamo che il web avrebbe potuto dare libera espressione a milioni di individui. Macché, ci dicevano, alla gente piace guardare la tv, non stare davanti a un computer. Quando la rivoluzione c’è stata, però, la creatività è stata uccisa, e il web ha perso la dignità intellettuale”.
Oggi la gente continua a stare lontana dal computer, ma preferisce guardare la tv lillipuziana di questi decenni, lo smartphone.

Cosa resta da fare a chi ha creduto alla potenza sociale, culturale e creativa della rete?
Disconnettersi e tornare al passato? Aprire un blog che nessuno leggerà mai?
Sicuramente ridurre il tempo passato sui social, ridurre il tempo passato con gli occhi sullo smartphone, alzare di quei pochi centimetri la testa per guardare il mondo, male non fa.
Online, invece, bisogna dare spazio ai siti che, nonostante tutto, continuano a nascere, ai giornali indipendenti, pensati e creati da giornalisti e giornaliste, costruiti intorno a comunità di lettrici e lettori che vogliono conoscere il mondo, senza censure, autocensure e interessi di parte e che magari partecipano economicamente all’iniziativa, diventandone proprietari.

Andiamoli a cercare fuori dai social, abbandoniamo al loro destino “disumano” gli algoritmi. Tutto sommato c’è ancora vita nel web.

Infine, una chiosa sul titolo che ad alcuni potrebbe apparire criptico. E’ un omaggio al saggio dell’ingegnere e scrittore Roberto Vacca, edito per la prima volta nel 1971, dal titolo “Il medioevo prossimo venturo”.

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ChatGPT e lo stato di minorità https://www.giurdanella.it/2024/10/chatgpt-e-lo-stato-di-minorita/ Wed, 09 Oct 2024 09:53:23 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57213 Il prompt genera una selezione secondo logiche diverse da quelle di attribuzione di senso e di significati

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Il 21 ottobre 2013 Umberto Eco tenne una lezione presso la sede dell’ONU a New York, dal titolo “Contro la perdita della memoria ONU” (traduzione in italiano)

Eccone un estratto che riguarda Internet.

“Fino ad ora la società ha filtrato le cose per noi, attraverso i libri di testo
e le enciclopedie. Con l’arrivo del Web, tutte le possibili conoscenze e informazioni, persino
le più inutili, sono lì a nostra disposizione.
Quindi la domanda è: chi sta filtrando?
Quando ci confrontiamo con il Web, non abbiamo a disposizione né una regola per selezionare le informazioni né una regola per dimenticare ciò che è inutile ricordare. Possediamo criteri di selezione solo nella misura in cui siamo preparati intellettualmente ad affrontare il calvario di navigare il Web.
Necessitiamo di centri di formazione (la scuola, i libri, le istituzioni scientifiche, alcuni siti web) che ci insegnino come operare la selezione: deve essere inventata una nuova arte della decimazione.
Filtrare non significa cancellare.
È un dato di fatto che di frequente le società non ci facciano dimenticare ciò che sappiamo o sapevamo, ma ci impediscono di scoprire ciò che non sappiamo ancora.
Perciò accade che una civiltà possa operare diversi tipi di cancellazione che può spaziare dalla censura (la cancellazione di manoscritti, i falò di libri, la damnatio memoriae, la falsificazione di fonti documentarie, il negazionismo) fino alla dimenticanza causata da vergogna, inerzia, e rimorso.
Come reagire a perdite di memoria ed eccessi di cancellazione?
Come decidere quando è necessario un filtraggio e quando dovremmo recuperare quanto illecitamente eliminato?”

Tante domande si poneva Eco. Con il senno di poi, chi stava e sta filtrando?

I motori di ricerca, certo, con Google in testa, i social network, certo, con Meta in testa…
Operazioni di filtraggio svolte da un complesso di procedure codificate che organizzano i dati in strutture semplici e li elaborano sulla base di schemi relazionali aperti, capaci cioè di modificarsi anche grazie al comportamento degli utenti. Automatismi informatici basati su una logica che risponde alle ragioni del modello di business di chi gestisce la rete, e non a quelle della produzione di informazione, della loro attendibilità e del confronto delle opinioni nel dibattito pubblico.

Da due anni a questa parte c’è un altro soggetto che si è affacciato prepotentemente nel panorama dei “selezionatori”, è ChatGPT, con tutte le sue versioni e con tutti i suoi cloni.

Ma c’è una differenza.

Quand’ero piccolo e gli insegnanti di scuola media mi mandavano in biblioteca a fare ricerca, ricordo che, malgrado la biblioteca comunale contenesse migliaia di volumi, il bibliotecario, ad ogni mia richiesta, considerando la giovane età, mi portava sempre lo stesso libro, un dizionario enciclopedico, sufficiente, per lui, ad esaudire il mio desiderio di conoscenza. Ma la curiosità era tanta che, una volta in sala lettura, approfittando dell’assenza del bibliotecario, vagavo tra i volumi “dei grandi”.

Curiosità che neppure Google (il moderno bibliotecario) è riuscito ad eliminare, tanto che raramente premo il bottone “mi sento fortunato”, ma spessissimo quello con la scritta “avanti”, proprio per andare a fondo, per cercare anche nel più remoto anfratto della rete.

Con ChatGPT finisce tutto questo, l’utente è sempre “fortunato”, l’oracolo ha già pronta la risposta esatta, che motivo ha di cercare altrove?

Il risultato del “prompt” dell’Intelligenza Artificiale è frutto di un’opera di filtraggio, selezione, calcolo statistico e probabilistico, operata secondo logiche diverse da quelle di attribuzione di senso e di significati.

Un Kant dei nostri giorni non ci considererebbe degni dello stato di maggiorità.
Se ho ChatGPT (il dizionario enciclopedico della mia infanzia) che ha intelletto per me… non ho certo bisogno di sforzarmi.

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E’ possibile un uso etico e consapevole dello smartphone? https://www.giurdanella.it/2024/10/e-possibile-un-uso-etico-e-consapevole-dello-smartphone/ Wed, 02 Oct 2024 10:24:02 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57179 “Smartphone. Pare innocente. È tentacolare” “Come gestire una dipendenza” “Un limite allo smartphone «Crea dipendenza ma farne a meno diventerà uno status symbol»” “Un manifesto per un uso etico e consapevole dello smartphone” “Inquina, ci spia, ci deconcentra. Davvero lo smartphone è progresso?” “Tecnologia, il grande “impensato” dei nostri tempi” “Perché siamo schiavi dello smartphone […]

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“Smartphone. Pare innocente. È tentacolare”
“Come gestire una dipendenza”
“Un limite allo smartphone «Crea dipendenza ma farne a meno diventerà uno status symbol»”
“Un manifesto per un uso etico e consapevole dello smartphone”
“Inquina, ci spia, ci deconcentra. Davvero lo smartphone è progresso?”
“Tecnologia, il grande “impensato” dei nostri tempi”
“Perché siamo schiavi dello smartphone e nessuno di noi vuole ribellarsi?”
“Un altro telefonino è possibile (forse)”

Sono i titoli di alcune recensioni al saggio “Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica” di Juan Carlos De Martin, professore ordinario al Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino, pubblicato il 22 settembre 2023 ed esattamente un anno dopo reso disponibile gratuitamente in PDF sul sito https://demartin.polito.it/pubblicazioni

Già il titolo del saggio ha suscitato la curiosità di tanti, la quantità e qualità delle recensioni ha poi confermato l’estrema attualità dell’argomento. E’ forse arrivato il tempo di discuterne criticamente senza essere additati come luddisti? Parafrasando il titolo di un saggio del filosofo Maurizio Ferraris di una ventina d’anni fa, “Dove sei? Ontologia del telefonino”, siamo giunti al “Cosa sei? Ontologia dello smartphone”.

In questo articolo non si vuole commentare il contenuto del libro, come già detto, ampiamente recensito e per cui si rimanda alla rassegna stampa disponibile sul sito dell’editore: https://www.addeditore.it/catalogo/juan-carlos-de-martin-contro-lo-smartphone/ ma partire dall’elencare i venti punti per un futuro migliore, proposti dall’autore, per poi provare a ragionarci sopra.

Queste le parole di Gustavo Zagrebelsky che ne ha curato la prefazione:
“Per un migliore futuro, il libro indica ben venti azioni che s’avrebbero da fare, tutte, per così dire, in salita. L’unica cosa che non si può immaginare è che si possa tornare indietro. La tecnologia produce effetti irreversibili. Ciò che si è pensato e realizzato una volta, è per sempre. Si può solo andare avanti, cercando di fare sì che sia per il meglio. Andare avanti significa lasciar cadere ciò che è caduco e sostituirlo con ciò che, in un certo momento e in certe condizioni, è o sembra essere vitale”.

1) certificazione che tutti i materiali e i componenti utilizzati per la produzione dell’oggetto siano stati estratti o prodotti rispettando l’ambiente e i diritti dei lavoratori coinvolti;
2) certificazione che lo smartphone sia stato assemblato, collaudato e trasportato nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori coinvolti;
3) certificazione che lo smartphone verrà smaltito nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori coinvolti;
4) lo smartphone deve essere progettato per massimizzare la facilità di riparazione da parte dell’utente, al quale verranno resi disponibili a prezzo equo pezzi di ricambio e informazioni tecniche per effettuare la riparazione;
5) lo smartphone – sia hardware, sia software – deve essere progettato per massimizzare la vita media dell’oggetto stesso, al fine di ridurre l’impatto ambientale complessivo;
6) lo smartphone deve essere progettato per massimizzare la riciclabilità di materiali e componenti;
7) la batteria deve essere facilmente rimuovibile;
8) il sistema operativo deve assicurare il pieno controllo dei sensori da parte dell’utente: possibilità di disabilitarli completamente, piena trasparenza su quando sono attivi (e su quale software li attivi), sui dati che producono e su chi accede a quei dati;
9) il sistema operativo deve garantire la possibilità di trasmettere dati da dispositivo a dispositivo e in generale la
decentralizzazione delle comunicazioni, al fine di limitare la concentrazione dei dati nella mani di pochissime grandi imprese;
10) i produttori di smartphone devono pubblicare tempestivamente i dati tecnici dettagliati dei componenti hardware per favorire lo sviluppo di sistemi operativi alternativi;
11) libertà di installazione sullo smartphone di qualsiasi sistema operativo compatibile;
12) i sistemi operativi devono facilitare la creazione di smartphone destinati a un uso condiviso (per esempio in scuole o altre organizzazioni, o per l’uso occasionale da parte di chi non vuole o non può possedere uno smartphone personale);
13) tutti i sistemi operativi devono ridurre al minimo le possibilità concesse alle app (incluse le app dei produttori di sistemi operativi) di sorvegliare l’utente;
14) libertà di installazione di qualsiasi app compatibile con il sistema operativo (ovvero, possibilità di scegliere tra molteplici negozi di app);
15) i dati generati dallo smartphone, sia dal sistema operativo, sia dalle app, devono restare sempre in locale tranne quando l’utente autorizzi – sulla base di informazioni chiare e complete – la loro trasmissione altrove;
16) le app che mettono in contatto utenti tra di loro (per esempio, WhatsApp), oltre a garantire flussi crittografati, devono anche non memorizzare i cosiddetti metadati delle comunicazioni (ovvero, chi ha interagito con chi e quando);
17) le app accedono solo ed esclusivamente ai dati di cui hanno bisogno per realizzare le loro funzionalità: in ogni caso l’utente è sempre informato in maniera chiara e intuitiva in merito ai dati raccolti dalle app e ha il potere di vietarne sia la raccolta, sia la trasmissione;
18) i sistemi operativi e le app devono facilitare la condivisione dei dati degli utenti che desiderino contribuire a iniziative collettive (come per esempio la messa in comune di dati sanitari personali, come numero di passi al giorno o frequenza del battito cardiaco, per permettere a ricercatori o ad autorità pubbliche di sviluppare nuovi farmaci o nuove terapie);
19) i sistemi operativi e le app – usando dati che non devono lasciare lo smartphone – devono segnalare all’utente comportamenti potenzialmente pericolosi, come per esempio, un uso troppo prolungato, utilizzo notturno, utilizzo mentre si cammina o si sta conducendo un veicolo (bicicletta, monopattino, moto, automobile, ecc.);
20) i produttori di sistemi operativi e delle app (almeno quelle con un numero rilevante di utenti e intendendo con app anche quello che capita nelle grandi “fabbriche di computer” che permettono alle app di funzionare) devono fornire pieno accesso ai propri dati e ai propri algoritmi per permettere a ricercatori indipendenti di studiare sia le conseguenze dello smartphone, sia il rispetto dei principi di cui sopra.

Questi venti punti andrebbero presi in esame uno per uno, ma ci vorrebbe un altro libro. Scegliamone uno, anzi due in stretta correlazione, il punto 10) e il punto 11).
10) i produttori di smartphone devono pubblicare tempestivamente i dati tecnici dettagliati dei componenti hardware per favorire lo sviluppo di sistemi operativi alternativi;
11) libertà di installazione sullo smartphone di qualsiasi sistema operativo compatibile;

I due sistemi operativi attualmente presenti nella quasi totalità degli smartphone sono Android, con il 71,65% e Apple IOS, con il 27,62% dei dispositivi attivi (dati settembre 2024).
Tutti gli altri sistemi operativi si spartiscono meno dell’1% del mercato.
A differenza di un personal computer in cui è relativamente semplice installare un sistema operativo diverso da quello di fabbrica, nel caso degli smartphone, quand’anche si trovasse un sistema operativo compatibile con l’hardware del telefono, sarebbe molto complicato sostituirlo a quello preinstallato, con il rischio di rendere lo smartphone completamente inutilizzabile e senza la possibilità, neanche ricorrendo all’assistenza, di ripristinarvi il sistema operativo precedente.
La soluzione “semplice” sarebbe quella di comprarne uno dotato in partenza di un sistema operativo diverso da Android/IOS.
Ricorriamo di nuovo alle parole di De Martin:
“Fairphone, lo smartphone equo, o “più equo”, come dice con grande onestà intellettuale il fondatore Bas van Abel. Il Fairphone è progettato e commercializzato da un’impresa sociale olandese fondata nel 2013; […]
sui Fairphone si possono installare diversi sistemi operativi, tra cui Calyxos, Divestos, /e/, iodeos, Lineageos, Ubuntu Touch.
A inizio 2022 si stimava che fossero stati venduti circa 400.000 Fairphone: una goccia nell’enorme oceano del mercato degli smartphone, ma una goccia per nulla priva di importanza perché da una decina d’anni dimostra in modo concreto che è possibile mettere nelle mani delle persone uno smartphone diverso, una macchina utile e divertente come le altre, ma più rispettosa della natura, dei lavoratori che a vari livelli l’hanno prodotta e degli utenti che la usano.”
Oltre a Fairphone ci sono PINE64, Volla e pochi altri, una goccia, appunto. Ma non è detto che debba necessariamente essere così per i prossimi anni.
Cosa servirebbe?
Intanto investimenti, insomma, soldi. Lo smartphone “etico”, a parità di caratteristiche, oggi costa il doppio di un Android e quasi quanto un iPhone. Una volta comprato, poi, non è detto che funzioni esattamente come un Android/iPhone, alcune applicazioni potrebbero non esistere o avere funzionalità limitate.
Servirebbero programmatori software in grado di operare sui “nuovi” sistemi operativi. L’indotto economico comprenderebbe tutti quei settori che ruotano attorno alla telefonia e all’informatica. L’assistenza ai clienti, la formazione, la manutenzione, i pezzi di ricambio finalmente disponibili, la personalizzazione.
Basterebbe dirottare verso questo settore una minima parte di quanto si sta investendo (e bruciando) nella bolla dell’intelligenza artificiale.
Il sasso nello stagno l’ha lanciato De Martin l’anno scorso, ora è arrivato il momento di lanciarne altri fino a quando il numero di cerchi non toccheranno la riva più lontana.

 

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L’intelligenza artificiale open source? Un inganno https://www.giurdanella.it/2024/09/lintelligenza-artificiale-open-source-un-inganno/ Tue, 24 Sep 2024 16:23:34 +0000 https://www.giurdanella.it/?p=57150 La promessa iniziale di Internet, l’accesso a contenuti universali, è svanita da tempo. Inizialmente nata come infrastruttura priva di barriere, fino agli anni novanta e ai primi anni di questo millennio la rete era frequentata da persone che avevano il sogno di una fratellanza universale, indipendente da qualsiasi potere economico o politico. Quando però si […]

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La promessa iniziale di Internet, l’accesso a contenuti universali, è svanita da tempo.
Inizialmente nata come infrastruttura priva di barriere, fino agli anni novanta e ai primi anni di questo millennio la rete era frequentata da persone che avevano il sogno di una fratellanza universale, indipendente da qualsiasi potere economico o politico. Quando però si è iniziato a comprendere il potenziale commerciale e strategico di Internet le cose sono cambiate. La rete è andata via via frammentandosi, sono sorti enormi monopoli tecnologici in grado di orientarla, con guadagni colossali.

Oggi la rete è un ambiente in feroce competizione economica.
E’ possibile una via che possa tenere insieme le libertà personali e le esigenze di una società pacifica, democratica e sicura?
Vittorio Bertola e Stefano Quintarelli ne parlano nel loro libro “Internet fatta a pezzi” uscito l’anno scorso per Bollati Boringhieri.

Sempre in quegli anni gli utenti sognatori erano non di rado gli stessi che Internet la costruivano pezzo per pezzo. E questo era possibile grazie all’open source, quella geniale idea che il software dovesse essere patrimonio dell’umanità, che agli utenti dovesse essere consentito di eseguire, copiare, distribuire, studiare, modificare e migliorare i software che usavano e che altri avrebbero usato.

Un’utopia digitale? Beh, può essere. Ma se ancora oggi software come Linux (che sta alla base di Android e di una smisurata quantità di device elettronici), WordPress, Firefox e tantissimi altri sono l’architrave della moderna tecnologia digitale vuol dire che non erano solo utopisti.

Purtroppo, così come il titolo del libro sopra citato, anche l’open source, il software libero, sono stati fatti a pezzi. Il giocattolo si è rotto, il sogno della fratellanza universale svanito del tutto. La feroce competizione economica non ha risparmiato nemmeno il software open source che si è trovato a prendere strade impervie, arrivando persino ad ammettere, nel caso dell’intelligenza artificiale, che è sufficiente che una piccola parte del processo di produzione del software sia aperta, per mettervi il marchio di “open source”.

Lo scorso 13 giugno 2024 è stato approvato il Regolamento UE 2024/1689 del Parlamento Europeo e del Consiglio che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale.
Il comma 12 dell’articolo 2 recita: “Il presente regolamento non si applica ai sistemi di IA rilasciati con licenza libera e open source”.
Via libera, ecco l’escamotage per continuare a costruire black box, sistemi oscuri, non tanto perchè gli algoritmi non possano essere liberi e disponibili ma perché non lo sono i dati su cui questi sistemi sono costruiti, non lo sono i filtri applicati a quei dati, non è disponibile e riproducibile l’intero processo di creazione dei “modelli”, dei “pesi”.
Ma cosa significano questi termini nuovi presenti nel regolamento europeo?

Siamo tutti abituati ad usare, ad esempio, del software per ascoltare canzoni, per guardare video o foto. C’è un programma informatico che “legge” i dati digitali e li trasforma in onde sonore o in puntini sullo schermo. Tanti puntini colorati sistemati in un certo modo danno l’impressione di una fotografia, tante fotografie in movimento, di una scena animata, e così via.
La distinzione tra programma lettore (o scrittore) e dati è netta. Ci scambiamo i file MP3, MP4, Doc, Xls, ecc. e questi vengono letti tutti allo stesso modo se il lettore è identico.
Con l’IA cambia il paradigma. Il “programma”, l'”algoritmo”, che per decenni hanno rappresentato la parte preponderante dell’informatica, sono stati scavalcati. A condurre il gioco oggi sono i dati, i “pesi”.

Cosa saranno mai questi pesi? Pensiamo ad un enorme labirinto, e come nel labirinto di Dedalo, i pesi sono il filo di Arianna. Sono dei percorsi per trovare l’uscita, diversa di volta in volta a secondo da dove si entra. Sono delle caselle con dei numeri dentro.
Sono milioni, miliardi di caselle, sono il frutto di un numero smisurato di calcoli, per ottenere i quali ci sono voluti ingenti investimenti in potenza computazionale, energia e dati “grezzi”.

L’intelligenza artificiale open source è quindi, allo stato attuale, impossibile. Si possono avere il modello, l’architettura, i parametri, aperti. Anche il file contenente i “pesi”, certo, ma non si può modificare quel file in modo sostanziale, non ricondurre i pesi ai dati grezzi, non eliminarne una parte, non ricrearli sulla base di altri dati grezzi.

Facciamo un esempio.

Mettiamo il caso che abbia a disposizione un sistema IA open source, nel senso autentico del termine, ovvero, tutto totalmente disponibile e aperto, compresi i dati usati per la creazione dei pesi.
Mi accorgo che c’è un “bug” (ora i bug vengono chiamati “allucinazioni”). Cioè chiedo alla chat AI: “Di che colore è il cielo?” e questa mi risponde: “Giallo”.
Il programma, l’algoritmo, non presenta anomalie, funziona benissimo con altri pesi, quindi l’anomalia deve necessariamente essere nei dati grezzi che hanno prodotto pesi errati.
Vado a leggere i dati “grezzi” e vedo che ci sono diecimila frasi con scritto: “Il cielo è giallo”. Essendo essenzialmente un sistema statistico, migliaia di frasi che per il sistema hanno valore assiomatico portano ad un risultato apparentemente incontrovertibile.

Trovato il bug, mi accingo a cancellare quelle diecimila frasi errate e a rieseguire il processo di creazione dei pesi.

Impossibile, avrei bisogno di computer enormi, energia infinita e molti mesi a disposizione.
L’intelligenza artificiale open source è un bluff, un trucco, un inganno. E’ solo l’ennesimo stratagemma per sfuggire alle regole, senza, stavolta, quell’utopia di fratellanza universale che ha caratterizzato gli anni d’oro dell’open source.

L'articolo L’intelligenza artificiale open source? Un inganno proviene da Giurdanella.it.

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