Il Progetto Terapeutico

Il Progetto terapeutico
[workshop tenuto al 7° congresso dell’European Association of Psycoterapy – Roma 1997]


Il “progetto terapeutico” fa parte della metodologia che si insegna alla S.U.R. per la preparazione all’esercizio della professione di psicoterapeuta. Negli anni di tirocinio e di supervisione si insegna agli allievi come costruirlo, a partire dall’anamnesi, prossima e remota del paziente. Ho scelto di trattare questo argomento, in questo contesto congressuale internazionale, come testimone della S.U.R.,

a cui mi onoro di appartenere. Ciò premesso, entro subito in argomento.
Il “progetto terapeutico” consiste nel mettere in evidenza, all’inizio di una psicoterapia, il vero progetto di vita da realizzare: ciò che il paziente porta racchiuso nel suo inconscio, al di là dei conflitti per i quali viene a chiedere aiuto.
Solo una persona esperta, quale deve essere lo psicoterapeuta, può aiutare il paziente a richiamare alla coscienza questo progetto e aiutarlo a trovare dentro di sé i mezzi necessari per realizzarlo.
Fare un “progetto terapeutico” significa essere capaci di disegnare l’immagine dell’opera da realizzare, sia nelle grandi linee che nei vari particolari, nelle varie tappe che di seduta in seduta si devono affrontare.
Essere capaci di formulare un progetto fa accadere una cosa straordinaria: il paziente che viene a chiedere aiuto per risolvere i propri conflitti, per essere curato e guarito, si sente rispondere che viene da noi anche perché desidera realizzare un progetto di vita che i conflitti stessi nascondono. Il progetto è il suo progetto: il paziente non ha bisogno di essere curato, ha bisogno di essere aiutato a realizzarsi nella completezza del suo essere umano. Il “progetto terapeutico” è esclusivamente del paziente; lo psicoterapeuta si limita dunque ad individuarlo.
La metodologia scientifica di cui ci si avvale, permette di mettere assieme i problemi che il paziente viene a raccontare, in genere nella prima seduta, e poi con la storia della sua vita, che racconta nelle sedute successive.
I dati anamnestici così raccolti vanno raffrontati ad un processo di crescita ideale, senza conflitti, che lo psicoterapeuta volutamente costruisce come modello di riferimento da contrapporre al processo di crescita reale, fatto di conflitti. E’ come il modello sul quale l’artista può modellare la statua.
Io ho costruito questo modello:
1.- L’essere umano, da sempre, desidera essere accettato dai genitori in modo incondizionato.
2.- L’essere umano, fin dalla concezione, desidera un utero tutto per sé.
3.- L’essere umano vuole avere una nascita non traumatica, ma gratificante. Nascendo vuole avere due genitori a sua completa disposizione.
4.- L’essere umano vuole vivere un pre-edipo soddisfacente, con una madre disponibile, non ricattatoria, premurosa, capace di dare affetto ed una buona nutrizione.
5.- L’essere umano vuole vivere correttamente il proprio edipo: avere e godere il genitore di sesso opposto, esercitare su di lui un potere totale col beneplacito del genitore di sesso uguale. Un edipo nel quale poter vivere l’amore circolare, il possesso, il dono, la conquista, il potere sul papà o sulla mamma per poi potersene distaccare.
6.- L’essere umano vuole vivere un normale periodo di latenza con un buon rendimento scolastico.
7.- L’essere umano vuole vivere un’adolescenza fatta dal costante tentativo di mettere a dura prova il potere dei genitori, senza riuscire però a farli crollare mai. Un’adolescenza nella quale essere allenato a gestire la propria libertà.
8.- In un processo di crescita ideale vanno tenuti presente anche: a) La capacità di procurarsi l’affetto da sani e non da ammalati; b) La capacità di affrontare il dolore della separazione o dell’abbandono e superarlo senza tramutarlo in odio vendicativo; c) La capacità di lavorare e di divertirsi; d) La capacità di sapere entrare nella dipendenza e saperne uscire al momento opportuno; e) La capacità di accettare la propria identità e viverla pienamente; f) La capacità di gestirsi nella libertà e riconoscere responsabilmente i propri errori.
Il “progetto terapeutico” emerge facilmente dal confronto tra la vita reale del paziente, fatta di conflitti, ed il processo di crescita ideale che ho sopra tratteggiato. Di fatto, attraverso i conflitti che il paziente porta e vuole risolvere, si può intravedere a quale tappa di sviluppo egli si è fermato. Individuare questa tappa significa potere progettare, in linea di massima, quale aiuto gli si può dare e quale progetto personale si porta dietro, da realizzare. Il paziente dunque rivivrà, durante l’analisi, così come gli è già successo altre volte senza accorgersene, fatti e circostanze a lui favorevoli al fine di sbloccare il suo arresto di crescita e procedere verso la realizzazione del suo progetto di vita.
Il “progetto terapeutico” va comunicato al paziente non appena si è in grado di definirlo, e ciò per diversi motivi:
1.- Sapere anticipatamente quale cammino occorre fare permette al paziente di equipaggiarsi adeguatamente e gli permette anche di prendere la decisione di farlo oppure no. In questo caso si crea una selezione dei pazienti e si evitano gli imbrogli.
2.- Conoscere anticipatamente la natura del lavoro che l’attende, mette il paziente di fronte alla responsabilità di decidere se accettare l’aiuto per trasformarsi oppure no, e lo mette di fronte alla consapevolezza che nessuno potrà mai trasformarsi al posto suo.
3.- Lo psicoterapeuta assume consapevolmente un impegno di aiuto attraverso il “potere di” e mai attraverso il “potere su”. Il potere terapeutico non deve consistere in un plagio; tanto meno si esprime col “gestire il caso” o col creare una “sopraffazione” o una “imposizione”. Il “progetto terapeutico” è la possibilità di indicare un cammino, che è quello del paziente, il cammino che deve fare per realizzare il suo “progetto di vita”.
E’ chiaro che ogni psicoterapeuta viene informato da una scuola che comunque ha una propria visione antropologica.
– La scuola freudiana crede che l’uomo sia composto più da istinti che da ragione ed è sempre “homo homini lupus”.
– La scuola adleriana crede che l’uomo debba risolvere il proprio stato di inferiorità.
– La scuola junghiana mi pare consideri un po’ meglio l’uomo rispetto a Freud, e lo vede inserito in un contesto socio-culturale del quale si deve far carico. Oltre che con l’inconscio individuale, l’uomo deve fare i conti anche con l’inconscio collettivo.
– La scuola reichiana vede l’uomo dal punto di vista corporeo e dal punto di vista dei blocchi fisici che egli stesso si crea per difendersi dalla violenza altrui.
– La scuola di logoterapia di Viktor Frankl individua nell’essere umano una parte intima dove risiedono la “libertà e la dignità” che nessun tiranno potrà mai sopraffare e che, scoperte in analisi, proiettano l’uomo in una “dimensione verso l’alto”, efficace rimedio alle sofferenze umane.
– La scuola sophianalitica. alla quale mi ispiro, sottolinea, oltre alla dimensione psichica, la dimensione dell’IO persona capace di amare ed odiare “liberamente”. Considera la nevrosi come una forma di odio non risolto e attribuisce all’uomo la capacità di decidere se amare od odiare, se distruggersi o costruirsi. Se la persona decide di costruirsi, le si insegna come diventare artista della propria vita.
– La scuola sophianalitica individua anche il SE’ personale ed il SE’ cosmico. Il SE’ personale è una parte di noi che contiene progetti positivi ed anche energia per realizzarli.
Antonio Mercurio ha messo in evidenza il SE’ nella lettera agli uomini (1978) scritta in un memento in cui superava il concetto di psicoterapia come cura, e scopriva la sophianalisi come mezzo utile per la realizzazione dell’essere umano come “persona” fine a se stesso e a nessun altro. Persona capace di amarsi nella libertà, capace di assumersi la responsabilità di tutto il proprio modo di essere, comprese le malattie e i disturbi psichici.
Spesso, infatti, il disturbo psichico si presenta come l’espressione di un progetto vendicativo abilmente progettato dalll’IO persona in modo da farlo esplodere, al momento opportuno, contro la madre od il padre.
La scoperta del SE’, da parte di Antonio Mercurio, è stata grande, perché ci ha permesso di constatare quanta ricchezza abbiamo dentro di noi e di quanta energia possiamo disporre, se lo decidiamo, per tramutare il nostro malessere esistenziale in benessere e gioia di vivere. E’ proprio l’esistere del SE’ personale e dell’IO persona che rende possibile l’individuazione e la realizzazione del “progetto terapeutico”.
L’esistere del SE’ facilita la comunicazione tra persone ed, in analisi, l’alleanza “terapeutica”, cioè quel rapporto privilegiato che si crea tra paziente e terapeuta mediante il quale è possibile l’assunzione di responsabilità da ambo le parti.
I problemi per i quali il paziente viene a chiedere aiuto sono problemi chiari, coscienti, da prendere in seria considerazione, che vanno tenuti presente costantemente, nella mente dello psicoterapeuta. I problemi possono essere diversi, o uno solo, ma l’uno deve avere la stessa importanza dei tanti.
Il racconto della storia della vita del paziente deve avere inizio a partire dai primi ricordi infantili e, via via, attraverso tutti i fatti vissuti fino al presente. Sono altresì importanti le notizie sulla vita prenatale e sulla nascita. E’ importante conoscere la relazione figlio-genitori e quella tra fratelli, sapendo che esistono le dinamiche del figlio non voluto e successivamente sopportato, del figlio voluto femmina e viceversa, le dinamiche del primo figlio, del secondo e dell’ultimo. Lo psicoterapeuta deve lavorare in rapporto ai vissuti del paziente – che deve ricordare sempre, e mai mischiare coi propri.
Ogni psicoterapeuta, in un primo momento, ha il dovere di individuare il progetto del paziente ed altresì il dovere di aiutarlo a realizzarlo; in un secondo tempo, può, creativamente, esporgli la propria antropologia.
Fare un “progetto terapeutico”, poi, per me che sono anche psicologo, non significa fare una “diagnosi ed una prognosi”.
Mi spiego meglio.
In Italia, la legge 56/89, che regolamenta la professione dello psicologo, abilita quest’ultimo a fare sui pazienti “psicologicamente disturbati”, una “diagnosi” ed una “prognosi” in senso curativo. Lo psicologo, quindi, regolarmente laureato, per legge può definire il malessere psichico di una persona e, di conseguenza, etichettarlo.
Io, formato alla scuola sophianalitica, non condivido il metodo della “diagnosi” e della “prognosi” e voglio continuare ad allenarmi a fare emergere dall’inconscio del paziente il suo vero progetto di vita, sia in senso individuale sia nel senso del rapporto di coppia.
Il “progetto terapeutico”, infatti, può riguardare anche la costruzione del rapporto di coppia. Il “rapporto di coppia” da realizzare, è portato dentro ognuno di noi come compimento del proprio progetto di vita.
Sottolineo, infine, la differenza che c’è tra la trattazione di un “caso clinico” e la trattazione di un “progetto terapeutico”.
Il caso clinico riguarda o il racconto di un’analisi già compiuta o l’elaborazione di un conflitto che emerge nel corso di un’analisi.
Il “progetto terapeutico” riguarda l’analisi da portare a termine e, durante il suo svolgersi, situazioni preventivamente predette e che si avvereranno puntualmente. In questo caso lo psicoterapeuta assume le vesti di un profeta; lo psicoterapeuta acquista la capacità di predire l’evolversi dei fatti inerenti ai vissuti dei pazienti. Il “progetto terapeutico” riguarda, comunque, tutto quello che avverrà nel futuro del paziente: che lo psicoterapeuta prevede in anticipo, da buon profeta.
A dimostrazione di quanto su esposto desidero portare un esempio pratico.
La paziente C., di anni trenta, mi venne indirizzata da un medico omeopata perché con le sue cure, compresa l’agopuntura, non riusciva a farla guarire. I problemi che desiderava risolvere erano di carattere fisico. Soffriva, infatti, di forti bruciori alla vagina e ad altre parti del corpo. Era affetta, inoltre, da crisi epilettiche. In seguito a queste crisi, a volte, cadendo, riportava contusioni che la costringevano a letto per giorni. Conseguito il diploma magistrale, era riuscita ad avere incarichi di supplenza. Fui colpito dal fatto che lei riusciva ad avere supplenze annuali e le portava a termine senza che, con le frequenti malattie, si facesse espellere. Si notava che la paziente era dotata di una buona grinta che sapeva usare, all’occorrenza, per farsi aiutare.
Era la terza figlia, dopo una sorella ed un fratello. La madre voleva abortirla, non riuscendoci decise di tenersela e di affidarne la crescita ad una sorella. La paziente crebbe di fatto con la zia, che dell’accudirla fece lo scopo della sua vita. A sentirla parlare, dava l’impressione di essere ritardata mentale, ciò nonostante riuscì a diplomarsi e ad insegnare.
Ecco il “progetto terapeutico”:
Le continue somatizzazioni cui andava incontro la paziente mi sono apparse come un continuo, disperato tentativo di procurarsi l’affetto materno per non essere abortita e compensare l’enorme frustrazione ricevuta al momento del concepimento.
Sotto tanti aspetti era rimasta bambina e si procurava il letto come una culla nella quale poteva essere accudita amorevolmente. Esprimeva quasi magicamente, la parte adulta nel momento in cui era costretta a difendere il posto di lavoro.
La paziente, con l’aiuto della psicoterapia, avrebbe dovuto vivere un affetto materno dal quale potersi poi distaccare successivamente. Avrebbe dovuto affrontare la nascita (passaggio in ruolo nella scuola elementare) per vivere, non per morire. Non senza sofferenza avrebbe dovuto ripercorrere le tappe di sviluppo, compresa l’adolescenza. Recuperata la libertà dalla casa e dal letto, avrebbe dovuto frequentare gli amici e vivere nel mondo da protagonista.
Tutto questo si è avverato puntualmente. Una delle tappe raggiunte, molto bella, è stata quella che si è avverata in una seduta nella quale, per la prima volta, le ho sentito dire: “in questa settimana sono stata bene”.
L’altra tappa importante è stata quella in cui è venuta a dirmi che era uscita con le amiche.
In sintesi, il posto di lavoro, la salute fisica, frequentare le amiche, credere di potersela cavare da sola sono state le componenti del “progetto terapeutico” della paziente che mano a mano è diventato realtà.
Alfio Milazzo

Istituto di Psicoterapia Analitica per la Coppia e la Famiglia
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